
La "condanna" di quest'anno: la partita più importante per l'Inter è sempre la prossima
La singolarità della stagione interista è complicata da descrivere ma evidente nella sua semplice verità.
Il derby è stato un magnifico esempio di come sia vissuta con formidabile prudenza questa stagione. Il grande paradosso è che l'Inter vive il rischio della prudenza.
La squadra infatti vive una situazione che non le permette mai di essere totalmente nel "qui e ora", mai completamente concentrata sul presente.
Fin da inizio stagione, dalle prime partite di Champions league, la squadra di Inzaghi ha distillato le energie sapendo che il numero di incontri in campo europeo era superiore e che il folle calendario della Uefa proponeva anche partite della Nazionale, tra Nations League e ora qualificazioni al mondiale.
In ultimo il Mondiale per club che condizionerà l'inizio della prossima stagione.
Ora l'Inter si trova a giocare nove partite in 27 giorni, due delle quali già disputate e, in entrambe le occasioni, il rilievo di fondo rimane sempre lo stesso: l'Inter gioca col freno tirato.
Il problema nasce da un alto numero di infortuni o di giocatori che potrebbero incorrere in guai fisici se non dosati con cautela, vedi Arnautovic e Dimarco non impiegati nel derby su suggerimento dello staff medico.
La forma fisica in generale rivela più brillantezza ma il calendario e gli infortuni non permettono di usare mai la formazione titolare.
In pratica l'Inter vive perennemente nel futuro. Gioca ogni partita con un occhio sempre alla prossima e Inzaghi fa rotazioni che gli anni scorsi non aveva mai frequentato.
La replica più ottusa resta: "era quello che volevate".
E' un tipo di affermazione priva di buon senso perché enunciata con evidente tono canzonatorio, privo di oggettività e implica che l'unico modo per tirare il fiato, evitare troppi infortuni e preparare meglio le partite sia implicitamente quello di rinunciare ad almeno una delle competizioni.
Il vero problema è che l'Inter non si concede di andare mai a 200 all'ora perchè sa di poterla pagare nella gara successiva. Gioca un tempo, non importa quale dei due e poi cerca, se può, di amministrare rischiando a volte di essere beffata.
La partita con il Manchester City di inizio stagione è stata l'unica sfida nella quale la squadra di Inzaghi ha dato tutto. La formazione di Guardiola era quella vera, ancora in corsa per la Premier e lontana dal problema interno che avrebbe caratterizzato
l'intera stagione. Lo 0-0 era stato salutato quasi come eroico e tre giorni dopo l'Inter avrebbe pagato caro lo sforzo mentale con un derby giocato malissimo e perso meritatamente, anche se solo nel finale.
Per tutta la stagione le partite più importanti sono state affrontate con un piglio stravagante (con la Juve a San Siro), anomalo (col Milan), con una formazione sperimentale (con l'Arsenal). Le più positive si sono rivelate quelle in cui gli avversari hanno creduto di poter fare la partita con l'Inter e si sono ritrovati impallinati (Atalanta, Lazio, Monaco).
Inzaghi ha scelto il pedale del freno e con lui i giocatori, per non rischiare e non è detto sia stato premeditato apertamente.
E' possibile che un po' tutti abbiamo scelto questa modalità, anche perchè tutti hanno avuto qualche problema fisico quest'anno.
Vedere l'Inter affrontare una partita potendola preparare con calma e senza costringersi a fare calcoli significherebbe che l'Inter è uscita dalla Champions, ma il punto è che vedere che un club costretto a dosare le forze per un numero di partite troppo elevato
è l'antitesi del valore sportivo. E' anche il motivo per cui i tifosi rivolgono lo sguardo solo al risultato ma rimangono indispettiti se il gioco della loro squadra non è entusiasmante.
Marotta ha recentemente parlato della necessità di avere una Serie A a 18 squadre. Parlarne seriamente farebbe il bene anche di chi oggi si oppone per interessi economici.







