
Grosso: "A Marsiglia ho rischiato di morire. Ero un artista diventato terzino per fare carriera"
Fabio Grosso se l'è vista brutta quando allenava il Lione. Nella trasferta di Marsiglia è stato colpito da una bottiglia in faccia e ha rischiato la vita. Il tecnico del Sassuolo è tornato su quell'esperienza, raccontando come è andata: "Gli ultrà del Marsiglia la lanciarono contro il nostro pullman: mi ero appena voltato per abbassare la tendina, e questo forse mi ha salvato la vita perché la bottiglia mi avrebbe centrato la tempia. Invece mi ha colpito sopra l’occhio sinistro: 15 punti di sutura. Quella volta ho capito cosa significa morire sul colpo, è tutto un istante, un bivio, ancora. Ieri mi hanno tolto altri tre pezzi di vetro, i francesi se li erano dimenticati... Guardi qui, se abbasso la palpebra si vede la cicatrice: non un granché, come rammendo, ma almeno sono qui a raccontarlo" ha detto a La Repubblica.
Cosa insegna ai suoi allievi?
"Vorrei che imparassero a resistere nelle difficoltà, che non si accontentassero di svolgere il compitino. Il timore della sfida ci sta, è umano, ma deve diventare coraggio. E in campo, mai pensare troppo: pensare rallenta il fare. Allenare, per me, è anche restituire un po’ della fortuna che ho avuto. I miei ragazzi li voglio felici, soddisfatti".
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Ma lei che tipo di calciatore è stato veramente?
"Ero un artista diventato terzino per fare carriera… Scherzo, però ho sempre avuto il numero 10, poi a Perugia era squalificato il laterale sinistro e lo feci io. Invece di essere ceduto in C, diventai titolare in serie A e cominciò una nuova vita. Davanti al bivio, ho quasi sempre preso la strada giusta: fortuna, ma non solo. Al debutto in A, a San Siro contro l’Inter stavo per segnare il gol del pareggio al novantunesimo: palo. Poi, contropiede dell’Inter, io faccio fallo e vengo espulso. Potevo crollare, in qualche modo sono rinato. E zero rimpianti: sono sempre stato me stesso".
Dopo il gol ai tedeschi, lei disse: 'Non ho visto la porta, l’ho immaginata'.
"Immaginare è fondamentale, altrimenti il sogno e la realtà non cominciano mai".
Quel Mondiale l’ha lanciata o le ha rovinato la vita?
"Il Times giudicò la mia impresa sportiva come l’ottava di tutti i tempi. La prima, il 10 della Comaneci ai Giochi di Montreal. Però sono cose impossibili da paragonare. È stato bello, è stato. Le cose di prima non servono più".







