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"Tu rimani qui". Gaetano D'Agostino spiega i mancati trasferimenti al Real Madrid e alla JuveTUTTO mercato WEB
© foto di Fabrizio Pozzi
Oggi alle 16:53Serie A
di Tommaso Bonan

"Tu rimani qui". Gaetano D'Agostino spiega i mancati trasferimenti al Real Madrid e alla Juve

Una carriera lunghissima in Italia con le maglie - fra le altre - di Roma, Bari, Messina, Udinese e Fiorentina. Ma soprattutto, tanti allenatori ed esperienze da poter raccontare, come ha fatto Gaetano D'Agostino, oggi allenatore, ai microfoni di Radio TV Serie A. L'ex centrocampista parte proprio dai tecnici della sua carriera: "Quando mi chiedono chi è stato l'allenatore più importante per me io dico sempre "Don Fabio". Mi ha insegnato a diventare uomo nello spogliatoio, la disciplina, il rispetto per le autorità. Ricordo che io, Lanzari e i più giovani, quando prendevamo la sacca dei palloni dovevamo contarli, metterli in un punto specifico che voleva lui, lavarli, sia in inverno che in estate, e poi consegnarli ai magazzinieri. Se fosse mancata solo una casacca, saremmo dovuti tornare e ricominciare tutto l'iter daccapo. Queste cose oggi non le vedi più. Nella mia Academy, per dare sempre un esempio ai ragazzi, io sono il primo a caricarsi i palloni sulle spalle. Mi è rimasto quel tipo di insegnamento".

Il centrocampista più forte d'Italia.
"Stagione 07/08, nel 3-4-3, all'Udinese c'eravamo io e Inler, ma anche tanti chilometri da fare. Capii presto che con la fase di costruzione da gestire, non potevo arrivare lucido per finalizzare. L'anno dopo volavamo con Asamoah e Sanchez, proprio nel momento in cui Di Natale si fece male. Ogni mio cambio di gioco, con anche Quagliarella, Floro Flores e Pepe, diventava un'azione offensiva. Lo scenario perfetto per le mie qualità. Avevo l'incarico di battere tutti i piazzati, incluso i rigori senza Totò. E lì esplosi. Però c'è un fatto: non so se quei mesi furono una spinta per andare in nazionale, o fatali per i mancati trasferimenti al Real Madrid e alla Juve. A gennaio avevo un prezzo di mercato di 11 milioni, ma dopo ogni gol la Famiglia Pozzo ne aggiungeva 2. Ricordo che i miei compagni mi dicevano: "Se non la smetti di segnare non ti vendono più". Ma capitavano rigori e punizioni e io la buttavo dentro. Non mi fermavo più. Pensavo: se continuo l'interesse sul mercato per me aumenta. E invece, visto com'è andata, mi sa che avevano ragione i miei compagni".

"Tu rimani qui"
"Nella trattativa con la Juventus il loro DS era Alessio Secco. E con i Pozzo se non hai personalità fai fatica. Loro non abbassano mai le pretese, al massimo le alzano. Diciamo che non scendono mai a compromessi. Fu una telenovela di un mese e mezzo. Le delusioni e gli ostacoli devono rafforzare, invece a me misero mentalmente ko. Dissi di no al Napoli, e in una settimana saltarono Real e Juve. A livello psicologico è uno scenario che massacrerebbe anche i robot. Umanamente la subii tantissimo. Ricordo che ero in ritiro con l'Udinese, a Marino dicevo di non farmi giocare perché volevo andare via. Avevo paura di farmi male. Dopo il passaggio saltato a Torino, ogni occasione era buona perché arrivassero scherzi telefonici del tipo: "Ciao, sono Moggi, vuoi venire alla Juve?". Invece un giorno, mentre giocavo alla PlayStation, squillò il telefono, era Ernesto Bronzetti. Attaccai un attimo dopo, ma lui richiamò dicendo: "Aspetta, ho parlato col tuo avvocato Paolo Rodella, sei pronto per Madrid?". Tra me e me, pensai all'Atletico che non era certo quello di oggi. Ma lui tolse i dubbi: "Al 99,9% vai al Real". Iniziai a sudare, buttai il joystick. Bronzetti continuò: "Sei sposato? Perché Madrid è molto tentatrice e loro amano i calciatori tranquilli, che hanno famiglia". Mi spiegò che la trattativa era in via di definizione, che i biglietti erano pronti e che un charter sarebbe partito alle sei del pomeriggio per portarmi in Spagna. Sembra un paradosso, ma ricordo che in quel momento la mia preoccupazione era una sola: palleggiare al Bernabeu nel giorno della presentazione ufficiale. Aspettavamo l'ok dell'Udinese, ma dopo ore di nulla arrivò a casa mia il presidente Pozzo che scese dalla macchina e mi disse: "Tu rimani qui". Lo guardai e risposi: "E io non gioco"".


La famiglia Pozzo
"Imprenditorialmente parlando ho grande stima per i Pozzo. Nei 4 anni all'Udinese sono cresciuto come uomo e calciatore, loro hanno avuto la pazienza di aspettarmi. Non mandano mai via nessuno il primo anno, hanno solo interesse nel farti migliorare per darti la possibilità poi di fare il salto. Se sbagli un anno, non sono lì a giudicarti e in questo sono i migliori. C'è chiaramente del rammarico per quell'estate, dove potevano darmi quella grande opportunità di Madrid. Sarebbe stato anche un riconoscimento al Club, un ritorno di immagine importante".

Dopo Pirlo, c'ero io
"Se mi fossi chiamato D'Agostinovic o D'Agostinho, forse un piccolo vantaggio lo avrei avuto. Oggi guardo il calcio e difficilmente mi emoziono. Penso che c'è sempre un motivo del perché certe cose non accadono. Però se Real Madrid e Juventus mi volevano, è perché avevo dimostrato sul campo che in quei club ci potevo stare. Quando c'è una trattativa, il calciatore la verità al cento per cento non la saprà mai. Il mio più grande rammarico fu quello di dire no al Napoli. Avevo l'accordo con la Juve, ma potevo essere più riflessivo. Comunque, dopo Andrea Pirlo che per me era un prof, un'ispirazione e un punto di riferimento, in quel periodo c'ero io. Tecnicamente, per capacità e ruolo, non avevo molta concorrenza".