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Il punto più basso di quello che resta della Juve. Portati alla luce i veri problemi del progetto
Ci sono sconfitte e sconfitte. Ci sono poi le amare eliminazioni, una dopo l'altra, in appena due mesi: dal crollo di Riad contro un'appena palpabile Milan, passando per le ferite di Champions sotto i colpi di un pimpante Psv (ma non più forte), fino ad arrivare all'umiliante sconfitta rimediata ai rigori in coppa Italia. E l'avversario, con tutto rispetto, si chiamava Empoli.
Si ricorderà questo, purtroppo, dei primi 6 mesi di Thiago Motta alla Juve. Mesi in cui per rimettere a posto i conti sono state tra l'altro programmate spese per 123 milioni, di cui non se n'é vista neppure l'ombra in quello che doveva essere il tanto atteso “gioco”.
Motta si è addossato, per la prima volta, tutte le colpe. E non poteva fare altrimenti, ma il dubbio è un altro. Se fosse stata raggiunta la qualificazione, avrebbe detto le stesse cose o avrebbe continuato a nascondere i “veri” problemi sotto il tappeto? E la società dov'è? Perché non ha parlato a Ryadh, Eindhoven e ieri sera? Film già visto, quando la fiducia nell'allenatore è in picchiata.
Non si tratta di difendere o puntare il dito contro qualcuno: si tratta di comprendere le logiche che non stanno facendo decollare il progetto. La rivoluzione in estate è stata drastica. Il rendimento non all'altezza degli investimenti. L'equazione è semplice: una squadra è forte quando è gestita con autorevolezza e quando tutti remano nella stessa direzione. Dall'allenatore ai giocatori. Giuntoli non parlando, è come se lo avesse fatto. L'allenatore non smorzando invece la creatività dei suoi schemi, non riesce a trasferirli adeguatamente (e con semplicità) ad una squadra ormai in confusione. La linea è tracciata, ma non è così dritta come (vagamente) il solo quarto posto poteva lasciar intendere. Il cerchio si è chiuso, invece, come quando l'anno scorso Giuntoli applaudiva la squadra per la conquista della Coppa Italia e Allegri si allontanava, neppure in silenzio, dal suo obiettivo raggiunto. Una Juve che da Sarri in poi ha salvato sempre allenatori che non vincevano e cacciava quelli che portavano a casa un trofeo. La musica questa volta, forse, sarà un'altra
Si ricorderà questo, purtroppo, dei primi 6 mesi di Thiago Motta alla Juve. Mesi in cui per rimettere a posto i conti sono state tra l'altro programmate spese per 123 milioni, di cui non se n'é vista neppure l'ombra in quello che doveva essere il tanto atteso “gioco”.
Motta si è addossato, per la prima volta, tutte le colpe. E non poteva fare altrimenti, ma il dubbio è un altro. Se fosse stata raggiunta la qualificazione, avrebbe detto le stesse cose o avrebbe continuato a nascondere i “veri” problemi sotto il tappeto? E la società dov'è? Perché non ha parlato a Ryadh, Eindhoven e ieri sera? Film già visto, quando la fiducia nell'allenatore è in picchiata.
Non si tratta di difendere o puntare il dito contro qualcuno: si tratta di comprendere le logiche che non stanno facendo decollare il progetto. La rivoluzione in estate è stata drastica. Il rendimento non all'altezza degli investimenti. L'equazione è semplice: una squadra è forte quando è gestita con autorevolezza e quando tutti remano nella stessa direzione. Dall'allenatore ai giocatori. Giuntoli non parlando, è come se lo avesse fatto. L'allenatore non smorzando invece la creatività dei suoi schemi, non riesce a trasferirli adeguatamente (e con semplicità) ad una squadra ormai in confusione. La linea è tracciata, ma non è così dritta come (vagamente) il solo quarto posto poteva lasciar intendere. Il cerchio si è chiuso, invece, come quando l'anno scorso Giuntoli applaudiva la squadra per la conquista della Coppa Italia e Allegri si allontanava, neppure in silenzio, dal suo obiettivo raggiunto. Una Juve che da Sarri in poi ha salvato sempre allenatori che non vincevano e cacciava quelli che portavano a casa un trofeo. La musica questa volta, forse, sarà un'altra
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