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Biraghi: "Voglio aiutare i ragazzi nella mentalità. Giocare nel Torino non è da tutti"TUTTO mercato WEB
© foto di www.imagephotoagency.it
Oggi alle 18:53Serie A
di Alessio Del Lungo

Biraghi: "Voglio aiutare i ragazzi nella mentalità. Giocare nel Torino non è da tutti"

Cristiano Biraghi, terzino sinistro del Torino, ha rilasciato una lunga intervista ai canali ufficiali del club granata, ripercorrendo il suo trasferimento dalla Fiorentina alla società di Urbano Cairo: "Sono stati giorni intensi a livello di emozioni, erano sette anni che vivevo a Firenze, una città non come le altre dal punto di vista del calore e dell’affetto. Sono stati sette intensi, sette a Firenze valgono di più di quanto è passato. È capitata questa grande opportunità e sono molto grato a chi mi ha voluto qui, inizio questa avventura fantastica con una maglia gloriosa e con una storia di enorme rispetto. È stato un mix di emozioni: prima la delusione di dover lasciare Firenze, poi la gioia di arrivare qui. La voglia è la base di ogni cosa che vuoi fare, devi sempre avere voglia di dimostrare. Poi ho qualità ed esperienza, vengono dopo e le metto al servizio della squadra".

Qual è il suo ruolo preferito?
"Ho avuto la fortuna di aver fatto tanti ruoli, ho acquisito delle capacità differenti a seconda della posizione. Negli ultimi anni con Italiano abbiamo giocato a quattro, è normale che in questo momento mi sento più a mio agio a giocare con una difesa a quattro. All’Inter ho fatto invece il quinto con Conte, che mi ha insegnato molto, e tra l’altro c’era anche Vanoli. Avendo come capacità principale quella di attaccare mi sta anche bene fare il quinto di spinta, io cerco di mettere il massimo. Anche in porta…(ride, ndr)".

Ha parlato con Vanoli in modo approfondito?
“Mi conosce dall’esperienza avuta insieme all’Inter, mi piace molto la sua idea di gioco e penso che si sposi perfettamente con le mie caratteristiche".

A 18 anni ha esordito in Champions. Una bella emozione.
"L’ho vissuta in maniera superficiale, com’è normale che sia a quell’età. All’epoca non era scontato che il giovane giocasse con i grandi, oggi invece non si fanno grossi problemi a farli problemi. Era un’Inter stellare, c’erano solo sei giocatori di movimento in panchina e tre cambi: anche subentrare era impossibile. Poi quando Benitez mi ha chiamato, l’ho vissuta con superficialità. Ma è un’emozione, uno dei migliori momenti della mia carriera. Giocammo anche una finalina con le Under 18 di Inter e Bayern Monaco, giocammo nel centro sportivo del Real Madrid e ho ancora la medaglia della vittoria".

Ha vinto tanti trofei a livello giovanile.
"È stato importante per il prosieguo della carriera. A Viareggio ho vinto un trofeo che sento mio, ho giocato tante partite ed ero spesso aggregato alla prima squadra. Per le altre coppe che ho vinto, ho giocato poco e le sento meno. Ma è stato importante vivere i momenti pre-gara di quelle finali. Ho sempre osservato molto per imparare, sono sempre stato curioso per capire cosa provano i campioni prima di partite così. Materazzi? Quanti schiaffoni, facevano male…(ride, ndr). Ma siamo grandi amici, dimostrava così la sua gioia".

Ha sempre segnato tanti gol.
"Quando inizi da bambini, il massimo è quando fai gol. E spero che i miei gol servano alla squadra: la gioia personale interessa relativamente".

Calcia bene le punizioni, proprio come Mihajlovic.
"Purtroppo non ho mai avuto la fortuna di conoscere di persona Mihajlovic, mi sarebbe piaciuto molto non solo per rubargli qualche consiglio sui calci piazzati ma anche per il suo spirito, per la tenacia e la personalità che lo hanno sempre contraddistinto. Sono contento che venga ricordato per queste grandi doti. Mi piace anche provare i rigori, sono una mia caratteristica e bisogna sempre allenarsi. Il talento senza il lavoro non basta, perché non raggiungi il tuo massimo. Talento e lavoro mi hanno dato questa dote riconosciuta di calciare bene i piazzati. Non ho ancora sfidato Vanja: trovarsi un portiere di una stazza così a undici metri, un po’ di timore lo mette…Sai che se azzecca l’angolo, il rigore è parato. Ho un segreto per tirarli, ma non lo dico".

Vanoli è cambiato da quando era all'Inter?
"È sempre lui, anche se adesso ha dei compiti diversi perché è il primo allenatore. È normale che sia attento a 360 gradi su tutti gli aspetti. Quell’anno abbiamo lavorato molto insieme perché lui seguiva la fase difensiva, caratterialmente ha sempre preteso molto dai giocatori: un mister che pretende molto ed esige impegno. Sono le basi per fare bene, sposo perfettamente la sua mentalità ed è la stessa mia. Ci siamo trovati bene all’Inter, lo farà anche adesso”

Passione vini: a Milano con Barella, a Torino?
"Nico lo chiamo fratello, siamo una cosa unica: non fratelli di sangue, ma è come se lo fossimo. Ci univa la passione per il vino, la portiamo avanti ancora oggi e ogni tanto beviamo insieme in videochiamata. Qui non sono ancora andato a cena con i miei compagni, ma ci sarà modo e spero di trovare un compagno di bevute".


Si dice che è un uomo spogliatoio: quali sono i suoi esempi?
“Ho giocato in tante squadre con gruppi che avevano capitano con la C. All’Inter ho avuto Zanetti e poi Handanovic, ma nella mia prima esperienza in nerazzurra c’erano tanti capitano come Materazzi, Stankovic, Milito, Cambiasso. E quando lo sono diventato io, ero pronto a farlo".

E poi c’è Astori.
"Non l’ho citato prima, è sempre toccante parlarne. È stato il mio capitano per eccellenza, è stata una perdita importante: ce l’ho tatuato sulla pelle, lo porto nella testa e nel cuore. Cerchi sempre di evitare di parlarne, la ferita è ancora aperta. Ma quando si parla di lui, non mi va di parlare di calcio o di campo, lui era un capitano soprattutto di vita. È diminutivo parlarne di un capitano di calcio, si trovano poche persone come lui. Non lo dico perché non c’è più, lo dicevo anche prima e tutti hanno lo stesso pensiero: ha lasciato una profondità di emozioni e di vivere che va oltre a una persona comune".

Ha tanti tatuaggi.
"Quelli che rappresentano la mia famiglia sono i più importanti. Tutti hanno un grande significato, sono inerenti o alla famiglia oppure al mio modo di vedere la vita e su come bisogna comportarsi o raggiungere gli obiettivi".

Cosa vuole portare al Toro?
"Oltre a mettere bagaglio tecnico e tattico, uno dei miei obiettivi è quello di aiutare i ragazzi nei comportamenti, negli atteggiamenti e nella mentalità, avendo un po’ di esperienza. Ho avuto un’esperienza a Firenze, sono stato capitano e cercherò di mettere questo al servizio della squadra".

Mondonico disse che ci sono calciatori del Toro e da Toro.
"Ho capito subito cosa vuol dire giocare nel Torino, non è da tutti. Non voglio dire adesso se sarò un giocatore da Toro o del Toro, però sicuramente farò di tutto per esserlo. Se tutti raggiungiamo questa mentalità di essere giocatori da Toro, si potrà costruire qualcosa di importante".

Due finali di Conference perse: come si superano?
"Sono sconfitte che fanno parte della carriera, come nella vita. Purtroppo la sconfitta è all’ordine del giorno, sono più le sconfitte che le vittorie a parte qualche caso sporadico. Ma fa sempre male: ci credevo molto in queste finali, avevamo creato qualcosa di straordinario ed eravamo un gruppo unito. Volevamo portare un trofeo per le persone perse durante il cammino, penso ad Astori e a Barone. Era un obiettivo portare un risultato magnifico in una città dove manca un trofeo da tanti anni: vederselo portare via all’ultimo, è una delusione che mi rimarrà tutta la vita. Sarà un ricordo negativo, ma nel calcio e nella vita bisogna girare voltare e imparare dagli errori, lottando e andando avanti".

Pensa ancora alla Nazionale?
"Finché non appendi le scarpe al chiodo, la Nazionale resta sempre un obiettivo, ma poi bisogna anche essere realisti: in questo momento per fortuna si è creato un bel movimento con giocatori giovani e forti, che hanno un futuro. Abbiamo uno dei migliori allenatori del paese, sono molto contento dell’Italia. La gente ha ripreso a guardare l’Italia, è già una vittoria. Uno pensa sempre alla Nazionale, ma per arrivare là passa tutto dal club…".

Com’è Biraghi fuori dal campo?
“Come mi vedi, così sono. Non ho maschere o doppie facce. Se sono felice lo vedi, se non lo sono lo vedi comunque. Ho una bella famiglia, bambine stupende e moglie spettacolare. Vivo una vita normalissima, mi piace tanto lo sport nel suo complesso. Mi piace stare in famiglia, cerco di far divertire loro. E’ una vita dedicata al calcio e alla famiglia. Loro staranno a Firenze, le bambine vanno a scuola e non era la scelta migliore spostarle a metà anno. Non sarà facile, il distacco è complicato ma io continuo il lavoro qui e coltivo la mia passione: troveremo il modo di vederci”.

Le piace Torino?
“L’ho vista poco, è stato un periodo intenso. Ho fatto due passi in centro, mi ha dato la sensazione di essere una città bella e tranquilla. La prima impressione è stata molto positiva. E ho incontrato qualche tifoso, mi piace perché ti fa sentire l’affetto: per i giocatori è importante. Saluto i tifosi del Toro, so che siete calorosi e spero di riuscire fare ciò che ho in mente. E farò di tutto per essere un giocatore da Toro”.